mar. Dic 11th, 2018

Alex Del Piero: alla base del successo ci sono grandi valori personali

[Dall’intervista di Massimiliano Ruggiero ad Alex Del Piero, tratta dal libro “VINCE CHI SI ALZA PRIMA“, Aliberti 2016]

Alessandro Del Piero è uno dei più grandi talenti espressi dal calcio italiano negli ultimi decenni. Ha concluso la sua attività agonistica a 40 anni di età fra le fila del team indiano Delhi Dynamos ed è stato campione nel mondo nel 2006. Capitano della Juventus dal 2001 al 2012, ha segnato in tutte le competizioni a cui ha partecipato con la squadra, di cui detiene il primato assoluto di reti (290) e di presenze (705). È secondo nella classifica dei migliori marcatori italiani di tutti i tempi con 345 goal segnati in carriera. È stato inserito per tre anni consecutivi (1995-1996, 1996-1997, 19971998) nella squadra dell’anno, secondo l’European Sports Media. L’AFS (Association of Football Statisticians), lo ha incluso al 60º posto nella classifica dei più grandi calciatori di sempre, mentre nel 2004 è stato inserito nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi redatta da Pelé e dalla FIFA in occasione delle celebrazioni del centenario della Federazione internazionale. Inoltre è stato incluso sei volte tra i 50 candidati al Pallone d’oro, classificandosi quarto nel 1995 e nel 1996. Con la Nazionale ha totalizzato 91 presenze e 27 reti, partecipando a tre Mondiali e quattro Europei. Nel 2012 attraverso un sondaggio è risultato lo sportivo più amato dagli italiani.

Tu hai scritto: «Volevo diventare un giocatore vero. Volevo diventare un campione. Volevo vincere gli scudetti e la coppa del mondo. Volevo diventare famoso. Volevo che la gente mi amasse… mi piace vincere: a volte non so se sia più forte la voglia di vittoria oppure l’odio per la sconfitta». Quando ho domandato ad altri campioni, di vari sport, se fosse importante vincere o partecipare – riprendendo la famosa massima decoubertiana – tutti, indistintamente, hanno risposto che volevano vincere. Qualcuno ha detto che De Coubertin è roba inattuale, fuori dal tempo. Dando per scontato che, ovviamente, lo sport di oggi non è quello di 100 anni fa e che per un professionista è legittimo cercare sempre la vittoria, ti chiedo: se dovessi parlare a dei giovani (ai quali peraltro il libro che sto scrivendo si rivolge), come affronteresti il tema della sconfitta? Per un giovane la sconfitta non ha, secondo te, anche un valore formativo, non è un’opportunità per riflettere sui propri limiti e sui propri errori? E ancora: non credi che ci sia il rischio che, esasperando la ricerca dell’affermazione personale, della vittoria tutti i costi, si crei in un giovane una sorta di “dipendenza”? Se la vittoria diviene la “regola aurea” dello sport agonistico, la sua ricerca continua non può divenire una fonte di stress e, in qualche modo, pregiudicare la propria autostima, quando non si vince?

Bisogna fare una netta distinzione tra il concetto di aspirazione alla vittoria, anche con la volontà e la determinazione più feroce, e l’idea di vittoria a tutti i costi. Sono due cose molto diverse. La voglia di vincere ti spinge a dare il meglio, a non fermarti davanti alle difficoltà, ad andare oltre i tuoi limiti e dunque anche a saperli riconoscere. Volerlo fare a tutti i costi, guardando solo al traguardo e non alla strada che si deve fare per raggiungerlo, è invece un esempio profondamente negativo. E non credo che questo valga solo per lo sport. Concordo sul fatto che la sconfitta sia formativa, come molti eventi negativi che ci accadono, se sappiamo reagire e se li sappiamo superare. Faccio un paio di esempi: l’infortunio del ’98, visto a molti anni di distanza, penso che mi abbia dato più di quanto mi abbia tolto. Sono sicuro di essere diventato più forte, dopo. Soprattutto nella testa. E ancora: la maledetta finale dell’Europeo 2000, persa al golden gol contro la Francia, quando eravamo a pochi secondi dalla vittoria ai tempi regolamentari, è stata una delle delusioni più brucianti della mia carriera, ma sono convinto che quella sia stata una tappa fondamentale per arrivare sul tetto del mondo, sei

anni dopo, a Berlino. Ma questo non vuol dire che non abbia fatto di tutto per evitare quella sconfitta, e che non l’abbia odiata con tutte le mie forze. Non trovo nulla di negativo in questo. Alla fine sono convinto che l’equilibrio con se stessi lo si raggiunge quando si arriva alla esatta consapevolezza dell’aver dato tutto, oppure no. La vera autostima deriva dalla nostra capacità di spendersi fino all’ultima goccia di sudore, perché è appagante sapere di avere dato tutto e ti spinge a riprovarci con ancora più forza se non hai raggiunto il risultato che ti sei fissato.

Tu hai affermato che lo sport è una “meravigliosa palestra di valori”. Nel tuo ultimo libro – “Giochiamo ancora” – hai anche analizzato quelli che per te sono i valori più importanti: l’amicizia, la lealtà, lo spirito di squadra, il sacrificio ecc. In considerazione della tua lunghissima carriera, quanto ritieni che i valori contino ancora nello sport professionistico ad alti livelli e, in particolare, nel calcio?

Secondo me lo sport professionistico non è diverso dalla vita di tutti i giorni, anzi ne rappresenta per molti aspetti una metafora perfetta. Dunque quei valori contano, eccome. Arrivo a dire che sono alla base anche del raggiungimento dei grandi risultati. Per questo parlo di palestra di valori: l’attività sportiva forma persone migliori, se questo non accade vuol dire che si è sbagliato qualcosa, che stiamo andando fuori strada. Si vince anche – anzi, soprattutto – con la testa. E chi usa la testa sa che senza un solido sistema di valori non si va da nessuna parte, non esiste una squadra, mancano le basi.

Tu sei un campione anche fuori dal campo: ti sei reso protagonista di tante iniziative umanitarie e il tuo impegno sociale è noto a tutti. I pedagogisti insegnano che per gli adolescenti avere dei modelli di riferimento è un fattore importante di crescita, li sostiene nei momenti difficili, li induce a ricercare il miglioramento continuo, a spingere in avanti l’asticella degli obiettivi. I campioni dello sport, estremamente popolari fra i giovani, potrebbero essere dei modelli importanti ma, talvolta, i loro comportamenti  fuori dal campo non sono all’altezza delle loro gesta sportive, così che a suggestionare i ragazzi sono più le conquiste materiali che uno sportivo di successo può vantare (denaro, fama, lusso) che non le sue qualità umane. Pensi che i campioni di oggi siano consapevoli di essere personaggi pubblici e della responsabilità che ciò comporta presso le nuove generazioni? Attratti, consapevolmente o meno, dallo show business, non pensi che alla lunga molti campioni finiscano per somigliare troppo alle loro rappresentazioni virtuali nei videogiochi: implacabili sul terreno di gioco ma evanescenti nella vita reale?

C’è molta retorica su questo argomento, il concetto di “campione esempio per i giovani” viene tirato in ballo con una tale frequenza, e talvolta anche a sproposito, che alla fine si tende a banalizzarlo. È verissimo che le persone più esposte, a maggior ragione quelle che toccano il cuore delle persone dando corpo alle loro passioni (qual è lo sport, e nel nostro caso il calcio in particolare), hanno il dovere di pesare ogni loro azione anche in base agli effetti che questa azione provoca su chi li osserva da fuori, e soprattutto su chi li prende a modello, dunque soprattutto i giovani. Ma, ripeto, attenzione a non banalizzare: uno non diventa un modello negativo perché gli capita di alzare la voce in campo o fare un fallo un po’ più duro. Gli esempi per essere tali devono essere credibili, e devono durare nel tempo. La finta perfezione non mi piace…

Rimarcare l’enfasi sui valori significa anche affrontare e combattere i disvalori. Uno di questi, particolarmente odioso, è il razzismo. Nel nostro paese è un atteggiamento 

che – soprattutto nelle tifoserie – si fa largo in maniera inquietante, soprattutto ora che anche la nostra nazionale di calcio inizia a divenire multietnica. Pensi che a livello istituzionale si intervenga in maniera adeguata per reprimere questo fenomeno? Non pensi che ci sia una certa acquiescenza anche nel mondo degli addetti ai lavori, dove spesso si liquidano gli insulti rivolti a giocatori neri come “ragazzate”?

In realtà credo che la consapevolezza di questo problema sia cresciuta notevolmente negli ultimi anni. Magari siamo ancora un po’ confusionari e poco costanti nel perseguire l’obiettivo della lotta al razzismo, non solo nel mondo del calcio ovviamente, ma la questione è sentita e in molti stanno provando a inserire gli anticorpi giusti per debellare questo virus. Che fa male non solo a colui il quale viene trasmesso, ma anche a chi ne è portatore. Ho avuto modo di sottolineare come qui in Australia, dove vivo, esiste davvero una società multietnica, e farebbe bene a molti trascorrere un po’ di tempo in posti dove l’integrazione è reale, per capire che ogni tipo di discriminazione è assurda e non ha motivo di esistere.

Mi ha colpito molto la tua definizione di “stile”: «Lo stile – hai scritto – è comportamento, è la somma delle nostre scelte e anche delle nostre rinunce, cioè quello che decidiamo di non essere. Lo stile è anche sapersi controllare, è il nostro modo di essere, la nostra maniera di stare al mondo. Lo stile non è la classe, non è la bravura, non è, naturalmente, il talento. Quelli sono doni. Lo stile ha molto a che fare con l’educazione: in parte è innato, ma il resto si deve costruire giorno per giorno». Sono parole che mi richiamano in mente il concetto di fair play, che occupa un posto centrale nel cricket e nel rugby, e che insegna che “il modo di stare al mondo” deve essere il medesimo dentro e fuori dal campo. Non ti senti un po’ un “signore di altri tempi” nello sport “urlato” di oggi?

Sinceramente no. Anche in questo caso credo che di recente siano stati fatti dei passi avanti anche nel mondo del calcio e vale lo stesso discorso che facevo prima per il razzismo. Da parte di FIFA e UEFA c’è una forte spinta alla diffusione dei valori del fair play, dello sport “puro”. Di recente sono stato coinvolto in un progetto che mi piace molto, promosso e patrocinato dal comitato olimpico del Qatar, si chiama Save the Dream e si propone proprio di preservare l’integrità dello sport attraverso i suoi valori più profondi e all’esempio di una squadra di campioni, di cui sono onorato di essere il capitano. Ma, ripeto, non mi sento una mosca bianca, né penso di fare cose straordinarie. Cerco solo di fare le cose che ritengo giuste, e che dunque mi fanno stare bene con me stesso.

Anche del talento hai dato una definizione particolarmente suggestiva, affermando che nel tuo caso è più che altro una “somma di qualità”: “Io forse – hai detto – non sono il giocatore più veloce in assoluto, forse non sono il più tecnico, forse non sono il più intelligente e neppure il più atletico. Però possiedo ognuna di queste doti […] e la somma delle mie qualità mi ha reso quello che sono, e questo – a suo modo – si potrebbe chiamare talento”. È una definizione interessante perché allude al fatto

– mi sembra – che se si sa gestire al meglio le proprie qualità, se le si sa valorizzare e integrare, si può arrivare molto più in alto di altri soggetti che magari eccellono per una particolare dote ma non hanno la capacità di renderla vincente. È cosi?

Direi di sì, in particolare credo che talento sia anche saper valorizzare le proprie qualità, fonderle insieme e crearne un mix vincente. Riuscire a non sprecare nulla del proprio bagaglio di doti naturali è un talento, e lo si coltiva con il tempo. Anche per questo credo che gli anni mi abbiano migliorato, anche in campo, e che l’esperienza da questo punto di vista sia fondamentale per un calciatore e, più in generale, per uno sportivo.

Un famoso pedagogista – Howard Gardner – sostiene che i talenti sono espressioni di specifiche intelligenze. Quella corporeo-cinestesica, ad esempio, è tipica, tra gli altri, dell’atleta ma il sistema educativo occidentale la tiene in scarsa considerazione, quasi fosse un’intelligenza “minore”. Questa sottovalutazione del corpo nella scuola italiana è da sempre la regola, anzi, rispetto al passato, l’educazione fisica nelle scuole è stata ulteriormente ridimensionata. Cosa possono fare i campioni dello sport per cercare di invertire questa tendenza e, soprattutto, utilizzando quali linguaggi e forme di comunicazione?

In questo caso credo che i campioni possano fare poco. O meglio, si può fare molto trasmettendo, sempre, in ogni sede, in ogni occasione, il concetto che lo sport è un elemento formativo fondamentale per la crescita di un bambino e per il benessere di un adulto. Ma quando si arriva alla scuola, sono le istituzioni che dovrebbero fare la loro parte. Andrebbe invertita la tendenza dominante per anni e anni in Italia, che ha relegato lo sport nella scuola in una dimensione accessoria e non fondamentale nel percorso formativo. In Australia, ma non solo, non è affatto così. Infatti ci sono strutture che in Italia mancano, senza le quali fare sport è molto complicato. Per fortuna che esistono ancora i campetti degli oratori, le piccole associazioni, e tante persone di buona volontà che si impegnano ogni giorno per consentire ai ragazzi di fare sport.

Rimaniamo in tema di talento e di intelligenza. In più di un’occasione hai affermato che è il cervello a governare tutto ed è di gran lunga l’organo più importante che abbiamo. Se il cervello funziona, il talento non si spegnerà mai. È un affermazione – a mio avviso – assolutamente esatta e, ti chiedo, quanto questa convinzione abbia contato sulla tua longevità sportiva…

È la cosa che conta di più, in assoluto. Non credo serva aggiungere altro…

Negli sport di squadra chi scende in campo deve essere preparato ad affrontare la partita non solo dal punto di vista dell’impatto fisico ma anche sotto il profilo tecnico, mentale e psicologico. Ai ragazzi della squadra di rugby che alleno, amo ripetere che un giocatore è come una sedia, deve essere equilibrato nei quattro aspetti appena menzionati: fisico, tecnico, mentale e motivazionale. Se una di queste quattro metaforiche gambe è instabile, la sedia perde l’equilibrio e diviene inservibile. Pensi che nel calcio le risorse mentali ed emotive siano adeguatamente valorizzate dagli allenatori e dallo staff tecnico?

Negli ultimi anni è stato fatto un grande lavoro da questo punto di vista. Difficile trovare allenatori che sottovalutino questi aspetti. Sono però convinto che, per quanto possa contare – e certamente conta – un allenatore per la testa di un giocatore, sul piano mentale e motivazionale è decisivo il lavoro individuale: le risorse, quelle risorse, ti devono arrivare da dentro. È lì che le devi cercare.

Rimaniamo in tema. Il calcio ha un suo immaginario affascinante, di forte impatto, costruito anche dalle opere di grandi scrittori: penso a Manuel Vazquez Montalban, a Gianni Brera, Pier Paolo Pasolini, Edoardo Galeano e molti altri. A essere celebrate sono spesso le gesta del fuoriclasse, del genio o dell’artista del pallone (Coutinho arrivò a dire che un “gol di Garrincha è un momento eterno”, su Maradona esiste una produzione letteraria e cinematografica sterminata). Tu che ti sei affacciato al grande calcio con il peso del soprannome affibbiatoti dall’avvocato Agnelli – Pinturicchio – e che possiedi indubitabili doti “artistiche”, come definiresti il genio nel calcio e che peso ritieni che esso abbia sul successo della squadra?

Il giocatore di talento, di fantasia, possiede una “visione” che gli altri non hanno. È difficile da spiegare a parole, molto più semplice ritrovare questa definizione in una punizione di Maradona, in un assist di Platini, nella finta di Ronaldo, in una veronica di Zizou. E magari, anche in qualcosa di mio… Quella visione, che appartiene alla genialità del calcio, ti consente di arrivare un attimo prima, di calciare dove il tuo avversario neppure pensa si possa andare a infilare il pallone. Il genio è la massima espressione del talento: non si può insegnare ma va allenato. Senza allenamento, diventa sterile e non produce risultati né per sé, né per la squadra.

In ogni caso, il tuo nome è indissolubilmente legato a quello di un’unica squadra – la Juventus – nelle cui fila hai militato per 20 anni e con la quale hai vinto tutto. Sei stato una delle ultime “bandiere” calcistiche, quelle nelle quali si rispecchia un’intera comunità. Pensi che per un campione di

venire il simbolo calcistico di una città costituisca un valore aggiunto o pensi piuttosto che nel calcio moderno – governato dal mercato – non abbia senso, sotto il profilo professionale, legarsi a un unico club, magari pregiudicando migliori prospettive economiche e di carriera?

Io posso parlare solo per la mia esperienza individuale, che – a parte gli ultimi anni all’estero, e l’esordio a Padova – è “calcisticamente monogama”. Non conosco altre realtà ma posso certamente affermare che quello che ti può dare il legame con un ambiente, con una tifoseria, con una città, quando si sedimenta nel tempo, dopo tanti anni di vittorie e sconfitte, di ascese, discese e risalite, è qualcosa di assolutamente impagabile e per me riassunto in quel lungo applauso, in quel tributo con gli occhi lucidi (dei tifosi, e miei) nella mia ultima partita giocata allo Juventus Stadium.

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