mar. Dic 11th, 2018

Matteo Del Fante: il “ribaltamento del paradigma” del direttore generale di PosteItaliane

Nato a Firenze nel 1967. Sposato con due figli di 10 e 3 anni. Appassionato di tennis, vela e auto storiche. Amministratore Delegato e Direttore Generale di Poste Italiane S.p.A. da Aprile 2017. Laureato in Economia Politica presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano. Ha frequentato corsi di specializzazione in mercati finanziari internazionali presso la Stern Business School, New York University. La sua carriera inizia in JPMorgan nel 1991, nel 2003 lascia l’incarico di Managing Director (responsabile per i clienti del settore pubblico area EMEA) per iniziare il suo percorso in CDP, inizialmente come Direttore Finanza e Partecipazioni, proseguendo in seguito con l’avvio delle attività immobiliari del Gruppo CDP fino al 2010, anno della nomina a Direttore Generale, ruolo ricoperto sino al 2014. Dal 2014 all’aprile 2017 è stato Amministratore Delegato e Direttore Generale di Terna S.p.A.

Matteo Del Fante è un esempio di carriera costruita senza mai alzare la voce, si direbbe quasi con prudenza se non fosse che tutte le tappe hanno avuto un senso preciso, scaturite le une dalle altre su presupposti concreti: il sapere modulato nell’esercizio di competenze via via più larghe e l’esperienza maturata in contesti internazionali messa poi al servizio di organismi, pubblici o partecipati dal Pubblico, che ne hanno coronato il percorso. Un itinerario senza scosse apparenti che ha potuto benefi ciare di una crescita oculata, mai forzata nei tempi e nei ritmi, e per questo tanto più apprezzabile.

«Le strade che ti si presentano nel tuo percorso di carriera non sono mai le stesse, hanno andamenti diversi, ora distese in piano, ora tortuose di montagna, ora rallentate da attraversamenti abitati, e così via. Inutile pensare di accelerare quando ti trovi sui tornanti e l’unico obiettivo è quello di non uscire di carreggiata. Regolarsi secondo le situazioni e il tipo di tracciato diventa una scelta saggia, che alla fine premia nell’avanzamento senza incidenti. Così mi sono regolato e così consiglio sempre di fare a quelli che lavorano con me e alle volte scalpitano per i rallentamenti in alcune fasi della loro carriera, non rendendosi conto che, proprio per il tipo di professione, chi vuole arrivare in alto deve dosare le forze, capire i momenti, preparare lo slancio proprio nei periodi di apparente rallentamento».

Una vita, giovane per altro, trascorsa a osservare quello che gli capita intorno e a capitalizzare insegnamenti che le vicende professionali offrivano a piene mani.

«I miei maestri sono stati tutti quelli che ho incontrato, quelli che hanno lavorato con me e quelli che ho avuto come capi. Da tutti ho preso qualcosa, dal loro modo di affrontare i problemi, dalle competenze che avevano accumulato, anche dagli errori e dai contrasti che in azienda sono quasi inevitabili. L’ambiente di lavoro è un teatro istruttivo che richiede solo attenzione e aiuta a imparare. La professione è un terreno di gioco da cui emergono le regole, gli scontri, lo stile delle decisioni vincenti e quelle che non portano da nessuna parte. Occorre avere occhi, saper ascoltare, impegnarsi e farsi trovare pronti: prima o poi l’occasione arriva sempre».

Se c’è un modello che Del Fante sottolinea con enfasi particolare è quello che porta al “ribaltamento del paradigma”: qualcosa che inverte la logica del successo dell’impresa, legandola al beneficio per tutti i partecipanti al risultato del game.

«“Il ribaltamento del paradigma” ha a che fare col tuo ruolo in azienda e con quello che è il ruolo dell’azienda rispetto ai benefici attesi per tutti gli stakeholders del sistema di riferimento. Non puoi ragionare in astratto: partendo dai vincoli che ti dà il mercato e dai tuoi azionisti moduli le decisioni in modo da soddisfare le migliori condizioni che si possano aspettare tutti gli interlocutori legittimati. Non puoi essere solo un erogatore di risorse. Prendiamo come esempio quella che è stata la mia azienda prima del recente passaggio in Poste. Terna fa trasmissione e dispacciamento dell’energia, ed è monopolista per legge. Lo scopo è evidentemente quello di realizzare il suo compito nella maniera più efficiente possibile per il sistema Paese. Essendo l’unico attore abilitato a eseguire questo compito, decidendo quali impianti chiamare in produzione, quali contratti attivare per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento elettrico, io devo esercitare il mio ruolo con l’unico obiettivo di servire al meglio l’intero sistema. Poi però mi ricordo che sono anche partecipato da azionisti terzi che devo soddisfare, perché le azioni vanno remunerate, e quindi il mio compito deve tener conto di equilibrare interessi di sistema e interessi di remunerazione dei capitali investiti. Il contesto mi pone i vincoli, ma il ruolo manageriale mi dice come muovermi, massimizzando benefici da spartire tra utenti, produttori e azionisti. Il paradigma dell’utile massimo per una sola delle variabili di sistema non sarebbe sopportabile. Va rovesciato. È così che ci siamo comportati quando abbiamo negoziato l’acquisto della Rete Elettrica delle Ferrovie, facendo capire che il prezzo pagabile era da valutare non solo rispetto alla richiesta del venditore, ma andava rapportato con le tariffe che avrebbe generato. Queste infatti non potevano non essere che quelle di mercato».

La logica decisionale di Del Fante discende direttamente dalla cultura formata nei tredici anni di esperienza presso una famosa Banca Americana: grande capacità di visione, oltre le ristrettezze dei termini legati solo a un paese, una dotazione strumentale di prim’ordine, il senso di essere e sentirsi un civil servant quando il Governo chiama. Ma soprattutto un vero culto delle competenze e del merito.

«Le occasioni capitano sempre, ma a saperle cogliere servono preparazione specifica e una grande tenacia. Quando la vita ti mette di fronte a opportunità che sembrano persino sfidanti (è il mio caso con Poste) non puoi pensare: «Ora non sono pronto, sto più tranquillo dove sto», devi arrivarci preparato e deciso a fare bene. Poi devi pensare che non sei solo. I collaboratori sono fondamentali per me, la sfida vera è avere leadership su collaboratori di valore, quelli, per intenderci, con cui ti puoi confrontare, che sanno anche tenerti testa e portano idee, competenza e una gran voglia di puntare agli obiettivi che gli proponi. La capacità di allevare e di dare fiducia a collaboratori bravi è una delle caratteristiche vere di un manager.

Ho una convinzione precisa, che mi segue da quando lavoro: sono le sfide che misurano il valore delle persone, e i risultati sono sempre proporzionali alla qualità delle risorse che riesci a mettere in campo. Per questo l’attenzione al loro sviluppo, alla formazione e poi a una equa retribuzione che compensi gli sforzi, è un must che un buon capo non deve mai trascurare.

Quello che emerge, poi, è una passione per visioni a medio-lungo termine, ancorate a strategie con i piedi ben piantati nelle condizioni da sviluppare, e una assunzione coerente di strumenti e di tecnologie di sostegno. Come non si va lontano da soli, non si va a mani nude. Abbiamo bisogno di tornare a motivare le nostre persone, come, più in generale, andrebbe restituita fiducia al Paese, recuperando la passione per l’eccellenza e il senso del gruppo coeso e vincente. Questo aiuterebbe a guardare lontano, senza pessimismo e senza farsi del male da soli. Anche qui, un’inversione del paradigma: la cultura riconquistata che aiuta a conquistare gli obiettivi, i risultati, la reputazione, l’onore del mondo. È questa la spinta che mi anima nel nuovo incarico alle Poste; un coronamento professionale, certo. Ma anche la voglia di far bene, per i dipendenti e per il Paese». 

[Tratto da “LEADERSHIP IN AZIONE“, Pier Luigi Celli ed Edoardo Cesarini, Aliberti 2017]

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